Peter Pan e me


C’è stato un momento, alcuni mesi fa, in cui per la prima volta mi sono sentita davvero vecchia.

Ero, come quasi ogni lunedì, in palestra ad allenarmi.

A un certo punto, sullo schermo televisivo, Sky News ha dato la notizia: “Michael Owen ha annunciato il suo ritiro a fine stagione.”

In un primo momento ho pensato che la stanchezza mi stesse giocando un brutto scherzo.

Sono scesa dall’attrezzo e mi sono avvicinata allo schermo per ascoltare le sue parole.

“Un pensiero che vive dentro di me è ‘ cosa sarebbe stato’ se un infortunio non mi avesse privato della mia velocità. I miei momenti migliori sono quelli di inizio carriera. Posso chiedermi cosa sarebbe stato se non avessi chiesto troppo al mio corpo, se non avessi chiesto tutta quella rapidità. Quello strappo a 19 anni nella gara in trasferta contro il Leeds ha compromesso la mia carriera da professionista per sempre. Sono orgoglioso di come, nonostante tutto, sono sempre riuscito a giocare ad alti livelli per club importanti. Sono sicuro che senza quell’infortunio avrei una bacheca piena di premi; ma non ho rimpianti.”

Era vero dunque. Il Bambino Prodigio stava dicendo addio al calcio.

Michael Owen era entrato nella mia vita nell’estate dei Mondiali di Francia del ’98.

La partita era Inghilterra-Argentina. Aveva segnato un goal sensazionale da fuori area dopo aver saltato Roberto Ayala e José Chamot.

Quell’estate la Francia aveva vinto i mondiali in finale contro il Brasile, Ronaldo aveva vinto il Pallone d’Oro, Fabien Barthez il premio come miglior portiere e Michael Owen quello come miglior giovane.

Da allora avevo seguito le sue imprese nel corso degli anni, il ragazzo di Liverpool occupava i miei sabati calcistici davanti alla Tv e presto, assieme alla nazionale Italiana, era quella Inglese che faceva gioire il mio cuore.

John Terry, Frank Lampard, Steven Gerrard e Michael Owen… erano la squadra delle fiabe.

L’anno dopo i mondiali, però, Owen si infortunò nella partita contro il Leeds e fu costretto a 5 mesi di stop.

Al suo ritorno, qualcosa era cambiato.

Era ancora un buon giocatore ma aveva dovuto scendere dall’Olimpo degli Dei.

Aveva perso velocità e tocco magico.

Dopo 8 stagioni al Liverpool, una al Real Madrid, quattro al Newcastle e tre al Manchester United, alla fine, nel 2012 era approdato allo Stoke City.

Ma qualcosa da quel 1999 era andato perso.

Ho visto giocare Michael Owen dal vivo per la prima volta lo scorso anno allo Stamford Bridge.

Dopo la partita, all’uscita dello spogliatoio, abbiamo scambiato poche parole prima che salisse sul pullman.

Per un giorno ero tornata ad avere 13 anni.

Il viso era cambiato poco da allora, come se per lui il tempo si fosse fermato al ’98, come Peter Pan

L’emozione che avevo provato nel vederlo giocare e durante quella breve chiacchierata era fortissima.

La stessa forte emozione che stavo provando durante quel triste annuncio.

Tornata negli spogliatoi ho preso il cellulare dall’armadietto.

Lo schermo lampeggiava segnalando la presenza di un nuovo tweet.

Erano le sue parole.

Poche righe scritte prima di sedersi davanti alle telecamere per ringraziare chi lo aveva seguito negli anni e per chi non aveva mai smesso di credere in lui.

Quel giorno ho scritto su Facebook:”Michael Owen dà l’addio al calcio. Il mondo che ho conosciuto non esiste più.”

Qualcuno, maliziosamente, ha criticato la scelta dei calciatori per cui provare ammirazione senza capire che è una questione di emozioni, non di bravura.

Alessandro Del Piero e Michael Owen avevano accompagnato la mia adolescenza e i miei primi passi nel mondo dello sport più bello del mondo.

Ora che uno era stato costretto all’esilio e l’altro era pronto a dire addio al suo ruolo di calciatore ero costretta a fare i conti con il tempo che scorre, come Wendy ero costretta a rendermi conto che il tempo stava passando anche per come per loro.

Tornata a casa, quella mattina, ho trovato un bambino di 10 anni che sta crescendo con il mito di Lionel Messi e gli ho detto:”Lo sai che Michael Owen a fine stagione si ritira?”

“Era ora, è vecchio ed è proprio una schiappa.”

Ho sorriso perché è esattamente quello che pensavo alla sua età delle vecchie guardie.

“Vieni che ti mostro una cosa.”

Abbiamo guardato assieme un video di quel magico 1998.

“Mamma mia, era un fenomeno.”

E nei suoi occhi ho visto la stessa emozione che c’era nei miei 15 anni fa vedendo Owen giocare.

Grazie di tutto, Michael.

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